giovedì 7 ottobre 2010

Non ho scelto in quale epoca vivere...

Da questo punto di vista non mi ritengo particolarmente fortunato: sento gli ultimi decenni più 'comodi' che 'interessanti', più orientati a sostenere quanto già c'era - talvolta anche ad oltranza - che ad intuire il nuovo, a costruire l'emergente. Nell'ultimo periodo, in particolare, sta emergendo un lento e progressivo imbarbarimento.
Questi processi storici procedono per loro conto e a nulla vale ogni forzatura; non resta che accoglierli per quel che sono, comprenderli, per quel che si può, e sintonizzarsi sulle loro lunghezze d'onda così da evitare di chiedere ciò che non si può ottenere.
Alessandro Baricco sostiene che è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un'altra. Mi piace l'idea che si apra una nuova fase della storia, questo pensiero attiva in me la speranza - spero non sia illusione - di poter mettere a disposizione le mie energie e le mie risorse in modo più pieno e, soprattutto, rappresenta uno sbocco di senso al disordine che percepisco attorno a me. Infatti, è veramente difficile assistere al trionfo dell'ignoranza e dell'oblio, allo sfarinarsi della statura civile, della tensione morale e della tenuta culturale. Ciò può essere più facilmente accolto se si considera questi segni di imbarbarimento come decorso fisiologico, come una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre.
Anche se tutto ciò fosse vero, non c'è alcuna garanzia circa la bontà dell'esito della mutazione; non è detto che ciò che deve venire sia migliore di quanto già c'è.
Chi vivrà vedrà.

martedì 28 settembre 2010

Molti vanno al mare ma pochi nuotano ...

, molti fanno i turisti ma pochi visitano, molti riempiono o rincorrono la vita ma pochi vivono.
La metafora del 'nuotare in mare' di Paola Mastrocola è efficace per evidenziare una posizione dello 'stare in vita': nuotare e basta, non arrivare da nessuna parte e non dimostrare niente a nessuno, quindi non andar veloci e men che mai gareggiare.
Questa posizione è un inno al vivere. Vivere nell'accezione di sentire sulla pelle 'cose e persone', soprattutto se stessi e coloro che, per scelta o per 'eventi', ci stanno accanto: un mistero irriducibile. E' la contrapposizione ad ogni assolutismo e ad ogni determinismo: alla presunzione di saper 'cosa si è' e 'dove si deve andare', alla vita spesa a 'marcar tappe' come in un videogioco, al 'produrre' e all''affermazione' come indicatori della propria realizzazione.
Modi di 'stare al mondo', questi ultimi, che presentano il vantaggio di essere pronti a disposizione, ad alta riconoscibilità, ma non privi di rischi e costi: soprattutto quello di ritrovarsi a mani vuote, constatare cioè di aver trascorso la propria vita 'fuori' e non 'dentro', di non aver dato, quindi, il proprio contributo. Conto da pagare salatissimo.
E difficile scegliere e reggere la posizione del lento scorrere dell’acqua su di sé, del portare i pensieri a respirare tra le onde. Ognuno, in quanto artefice di ciò che è, si può attrezzare creando buone condizioni: fisiche (luoghi, spazi, situazioni, ...) e, soprattutto, psichiche (ritmi, confronti, ... e, soprattutto, compagni di viaggio).

sabato 11 settembre 2010

Siamo responsabili di ciò che facciamo ...

, ma anche di ciò che lasciamo accadere intorno a noi. Anche l'omissione comporta responsabilità. Ma fino a che punto? Fino a che punto esporsi, 'pubblicare', cioè - come dice la stessa parola - compiere un gesto pubblico?
Vito Mancuso afferma che esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Non tutti se lo possono permettere: primum vivere deinde philosophari. Questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l'eroe. Questo limite, però, deve essere coniugato con l'obbligo morale a provare a dare, per quel che si può, il proprio contributo al mondo, a rendere migliori noi stessi e ciò che ci circonda. Per quanto riguarda la modalità, concordo con Mancuso, ognuno sceglie le battaglie ideali come meglio crede.
Gli estremi possibili vanno dal 'donchisciottismo' alla 'deresponsabilizzazione'. In mezzo a questi poli ognuno sceglie dove stare, con la misura che riesce ad attuare. L'efficacia non sta nel 'dove ci si pone', ma nella giusta misura rispetto a se stessi e agli altri. E' difficile, è uno stare su un crinale.
Fatico ad accogliere chi si pone agli estremi senza misura, che non significa necessariamente stare al centro: chi, per partito preso, assume la posizione di una parte e chi si adagia, come afferma Michele Serra, sul rituale conformista, rassicurante solo per chi ha la necessità di sentirsi sempre d'accordo con chi è sempre d'accordo con lui.

domenica 29 agosto 2010

Nessuno è solo se stesso ...

...: il riconoscimento può avvenire sia per ciò che si è, ma anche per ciò che si rappresenta.
Viviamo di riflesso altrui, quello di chi - per parentela o adesione - ci ha accompagnato e ci accompagna nella vita. Per esempio io sono stato 'figlio di ...', identificato con il 'ceppo familiare dei ...', successivamente 'allievo di ...'. Sono legami e appartenenze inevitabili che possono essere funzionali alla propria emancipazione se prevedono l'uscita di scena di 'genitori e maestri'.
Si può brillare di luce propria (per quel che si può), oppure adagiarsi sul riflesso altrui, assumendo la funzione di megafono e amplificatore di suoni e voci d'altre identità. Capita infatti di incrociare persone che non sono solo loro: toccarli significa toccare altro. E se questo altro è forte e potente, diventano intoccabili. E' questa una posizione dalla quale si possono trarre favori e benefici, ma densa di rischi per se stessi (mettere le proprie sorti 'fuori da sé') e per gli altri (inquinare il flusso delle relazioni).
L'abdicazione alla individuale capacità creativa infonde in me tristezza; la collusività dei rapporti mi infastidisce.
Chiara Saraceno, focalizzando l'attenzione sui legami parentali, evidenzia gli effetti del venir meno dei confini tra le persone: l’intimità che diviene mancanza di limite e il senso di appartenenza che diventa pretesa di possesso. E' questa la condizione nella quale possono svilupparsi comportamenti e aspettative ove sparisce il confine tra la solidarietà e l’abuso, tra il prestare aiuto e il favorire, anche a scapito delle regole e del bene comune.

sabato 14 agosto 2010

L'Italia ripudia la guerra ...

... Questo riporta l'art. 11 della Costituzione Italiana.
La presenza dell'Italia in Afganistan contraddice tale dettato. La realtà supera e smentisce la norma, in questo caso l'ordinamento costituzionale. Inutile e velleitario ogni maquillage volto ad assegnare nomi di pace a ciò che è guerra; inutile la retorica del ministro della difesa che - come afferma Lucio Caracciolo - suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia.
Analizzando la situazione creatasi in Afganistan, l'autore parla di convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati. Il problema, dal punto di vista istituzionale, è diventato come uscire da questo pantano senza troppo imbarazzo, senza farsi troppo del male.
La guerra quindi c'è, c'è sempre stata, è una delle costanti della storia dell'uomo. Spesso è stata 'cantata' e 'celebrata' (Inno di Mameli incluso). Meglio, la guerra c'è in quanto l'elaborazione patologica del conflitto non è mai smessa. E, benché patologica, è parte di noi stessi, è costitutiva del nostro vivere. Auspicare la sua eliminazione è illusorio, deplorare la sua presenza ideologico.
Mai, però, la guerra è inevitabile: sempre si può mirare all’invenzione della possibile armonia (Gino Pagliarani). E, di fronte all'impotenza, sperare di non incontrarla lungo il nostro percorso.

Foto: Fratelli d'Italia

sabato 31 luglio 2010

Quando si rompe il ritmo delle cose ...

..., esse, nella loro semplicità, risplendono come oro nel mondo.
Aldo Moro nel corso della sua prigionia scrive alla moglie - deceduta recentemente. La condizione di prigioniero e la minaccia di morte risulta liberante, fanno uscire allo scoperto ciò che conta: l'amore ricevuto e donato. Esprime, infatti, riconoscenza e affetto per tutti coloro che lo hanno amato fino ad allora, al di là di ogni merito, che al più avrebbe consistito nella capacità di riamare.
E' il riconoscimento dell'essenziale, delle cose semplici, ripetitive e quotidiane: l'esserci in salute, la presenza delle persone care, l'esperienza vissuta, l'attività quotidianamente svolta ... anche la camicia da ritirare in lavanderia.
Solo una rottura riesce a svelare tale valore. Rottura di un ritmo ben scandito, funzionale al fluire delle cose ma non a viverle, rassicurante nel dare riferimenti ma incapace di rendere felici.

venerdì 16 luglio 2010

Il 'contagio' è un fenomeno potente ...

..., più potente di quanto si pensi: non si limita alla malattia infettiva ma abbraccia il comportamento, anche il modo di fare e di pensare. Siamo indotti, cioè, a compiere gli atti di coloro che ci circondano, ad allinearci alle prassi prevalenti. Questa diventa la normalità.
Jonny Costantino, riferendosi all'esperienza del Terzo Reich, parla di 'mediocrità' come causa della accettazione del compiere crimini in nome e per conto del Führer; la figura di Eichmann è esemplare nell'esprimere l'incapacità di pensare. Riprendendo le parole di Hannah Arendt: ‘… egli non fu né il primo né l’ultimo ad essere rovinato dalla modestia’.
Goffredo Fofi, pensando all'Italia del 2010, riprende il concetto di 'stupidità' di Dietrich Bonhoeffer; una stupidità, afferma l'autore, che ci coinvolge tutti, catturati dal binomio diventato indissolubile, che ci ha drogati e pervertiti: il consumo e il consenso.
In siffatte fasi della storia rischia di non trovare spazio l'umanità, la coerenza, l'eticità, il pudore, .... Si manifesta il rischio, quindi, di lasciarci spingere al disprezzo per gli uomini, ma facendo ciò - afferma Fofi - cadremmo esattamente nello stesso errore dei nostri avversari. Che fare, allora?
Possiamo interrogarci su 'che cosa sta accadendo', anche riconoscere la propria parte di 'stupidità'/'complicità'; possiamo assumere una posizione di speranzosa attesa con la convinzione che il male si rivela - e spesso in un arco di tempo inaspettatamente breve - stupido e incapace di raggiungere i suoi obiettivi; possiamo ascoltare la sofferenza degli uomini e delle donne e meno i dichiarati, anche le azioni; possiamo, ancora, alimentare i 'fili' del dialogo, dell'incontro, della comunicazione diretta, essendo quella mediatica e istituzionale fortemente corrotta.

martedì 15 giugno 2010

Clint Eastwood ha avuto dalla vita 'tempo' e 'risorse' ...

... ha avuto dalla vita 'tempo' e 'risorse'. Dall'alto dei suoi 'ottanta' afferma di voler essere ricordato come persona che ha voluto cogliere qualche sfida.
Mi piace l'idea della sfida. Sfida nel senso di provare a dare un contributo, a mettere un po' di valore in ciò che ci si trova a vivere; insomma, risultare un po' utili, non transitare invano 'in questi tempi' e 'in questi luoghi'.
Nell'intervista - leggendolo scorrono le immagini di uno dei suoi ultimi film, 'Gran Torino' - esprime l'importanza di cambiare di continuo e cercare sempre cose nuove con le quali cimentarsi. Provare, cioè, ad assecondare l'inevitabile evoluzione delle cose, in particolare dell'identità che - di suo - si oppone ad ogni mutamento.
Mettere in discussione l'acquisito non è facile. Muoversi 'fuori' dalle regole esplicite e, soprattutto, implicite è rischioso e può venire interpretato e vissuto come affronto, talvolta come violenza.
E' più facile muoversi 'dentro', assumere i cliché, e poi difendere e barricare quanto acquisito; è più facile aprire un pacchetto e fingere che è proprio ciò che si desidera, agire cioè la parte assegnata; è più facile, ancora, limitarsi a recitare quel spartito che, una volta al mondo, ci si trova a disposizione.

Foto: 3-5-2 [il giuoco più bello del mondo]