mercoledì 10 marzo 2010

La seconda carica dello stato ...

... ha parlato di "priorità della sostanza sulla forma". Colui che è deputato a custodire le regole che relativizza le regole!
La vita 'trabocca l'orlo di qualsiasi tazza' (Pasternak), la vita è fatta di regole ma anche di episodi. E' necessario disporre di interpreti delle une e degli altri: chi è deputato a presidiare le regole dovrebbe essere garante dell'istituito con l'attenzione a non bloccare pregiudizialmente il nuovo; chi si pone sul versante del creare dovrebbe esser capace di accogliere l'emergente sollecitando, ma senza destabilizzare, l'ordine precostituito. Entrambi assolvono ad utili e necessarie funzioni.
E' la buona navigazione degli uomini e delle donne dentro questo siffatto mare che crea valore. In altre parole c'è bisogno di contenimento e contenuto, di continuità e discontinuità, di presidio ed invenzione, anzi, c'è bisogno del loro incontro. Solo tenendo insieme, facendo dialogare queste istanze si crea 'bellezza'.
In contrapposizione al cattivo interprete delle regole, ecco che il calcio - eccellente metafora della vita - offre un esempio di buon interprete degli episodi.
Mario Sconcerti, parlando di Mario Balotelli, afferma che "è fondamentale avere un giocatore che strappa la routine della partita e la porta lontano da ogni tattica". Uno, insomma, da usare quando non è più sufficiente mettere in atto una tattica, quando - sempre usando le parole dell'autore - "non vince chi gioca meglio, ma chi sa usare meglio gli episodi, chi sa costruirne di più e di diversi". Ma uno così può anche giocare poco, talvolta anche essere messo ai margini. Lo stesso giocatore, infatti, arriva ad affermare che il suo sogno "è di segnare in una competizione importante all'ultimo minuto. E magari non giocare dall'inizio, di entrare, segnare e vincere".

giovedì 25 febbraio 2010

Mi ripeterò, ma continuo ...

... a sentire il bisogno di trovare vie di fuga dal torpore dell'indistinto che mi circonda. Il dolore - afferma Ilvo Diamanti - si mischia alla speculazione, la tragedia alla corruzione, il pianto è interrotto dalle risa.
Rischiamo di diventare consumatori di avvenimenti o di tragedie, senza che queste ci interroghino, lascino una traccia nella nostra vita. Rischiamo l'assuefazione, anche la rassegnazione, cioè di non sentire le 'cose', né nel cuore, né nello stomaco, né nella mente. Forse siamo già in questa condizione.
Ma non possiamo considerarci solo delle vittime, risultiamo corresponsabili. Questa condizione è anche comoda. Ci toglie un certo imbarazzo. L'assuefazione è funzionale a non sentire le grida degli uomini, la retorica della condivisione e della solidarietà soffoca i sensi di colpa.
Non rimane che tenere i piedi nella realtà, nella vita degli uomini e delle donne. Ci prova Elvira Dones rispondendo al premier italiano di fronte all'ironia sulle 'belle ragazze albanesi'.

lunedì 8 febbraio 2010

Ciao ragazzi. Oppure ...

... colloquialmente, ciao raga.
Questo modo di esprimersi è diventato usuale tra adulti. Trentenni, quarantenni, cinquantenni, anche sessantenni che vicendevolmente si appellano con il termine 'ragazzo' o 'ragazza'.
Benché vicino ai quarant'anni, non mi ritengo un ragazzo! Rivendico, con tutti i miei limiti, lo status di uomo.
Il Sabatini Coletti, solo per citare un riferimento, associa al termine ragazzo il significato di 'uomo giovane di età compresa fra l'adolescenza e la giovinezza'.
Perché si è diffuso un uso di questo termine così dissociato dall'originale significato?
Michela Marzano parla di jeunisme trionfante: la giovinezza come una sorta di 'imperativo categorico' alla quale ci si deve conformare, se non si vuole essere marginalizzati. Ciò comporta l'attenzione ossessiva al corpo, alla immagine fisica, l'autrice arriva a parlare di nuovo 'oppio dei popoli'.
L'autrice fa una ipotesi interessante: è l'incertezza del 'fuori' che ci sta spingendo 'dentro', su noi stessi, e - aggiungo io - risulta più facile soffermarsi sulla forma (fisica) che sulla sostanza. Come se l'esercizio del controllo del corpo permettesse di combattere l'ansia e l'insicurezza sociale; come se esistesse una funzione di rewind della vita che permetta di rivivere suoi passi, sperando magari di riparare ad errori già commessi.
In questo modo viene bandita la successione delle fasi della vita e soprattutto la vecchiaia: mostrare di aver 'consumato' un pezzo della vita è diventato quasi osceno. Il corpo perde sempre più la funzione di memoria, di storia che passa e lascia i suoi segni, anche le sue cicatrici.

martedì 26 gennaio 2010

La sofferenza c'è ...

... E' parte costitutiva della vita. C'è dentro e fuori di noi.
Non è gradita, non piace, viene tenuta a bada; ma accade che trabocchi presentandosi 'nuda' di fronte a noi. E' drammatico viverla, ma anche solo doverle stare vicino, vedere e accompagnare il dolore altrui.
Ecco che non si può più far finta di nulla: viene a galla la compassione, la interdipendenza con gli altri, anche la corresponsabilità. Non possiamo tirarcene fuori.
Ma finché non viene superato quel limite ecco a portata di mano la possibilità di tener a bada ciò che è difficile sopportare. La negazione. Gian Antonio Stella, osservando la vicenda dei raccoglitori di Rosarno riscontra una specularità con il nostro (italiani) essere stati migranti nella prima metà del '900 e parla di rimozione, 'tutto dimenticato'. Risuonano le parole del Presidente Napolitano, nell'odierno memoriale della Shoah: "Non dimenticare è alto valore civile".
E anche quando viene superata la soglia - Michele Smargiassi prende ad esempio la rappresentazione mediatica degli eventi di Port au Prince – ecco la riduzione, la trasformazione del dolore in cliché, con conseguente assuefazione e anestesia della compassione.
E' difficile navigare nella vita, abitare e sentire la realtà.

sabato 9 gennaio 2010

La diversità non va negata ...

... ma nemmeno accolta a prescindere.
La capacità umana di riconoscimento e contenimento della diversità è limitata. Fa quel che può. E il grado di capacità dipende sia dallo 'capienza' individuale, sia dalla 'disponibilità' del contesto sociale, politico, economico e culturale. L'ho provato sulla mia pelle nello stare vicino agli zingari: il 'senso e il significato' dello stare con queste persone sono emersi a partire dal momento in cui ho accettato e vissuto la relazione con l'altro alla 'giusta distanza' (naturalmente il metro del 'giusto' non può che essere soggettivo).
Tale questione risuona nel dibattito di queste settimane a partire dal tema della cittadinanza agli stranieri. L'avvio è una provocazione di Giovanni Sartori seguita - per citare le più rilevanti - dalle considerazioni di Tito Boeri, di Sergio Romano, per arrivare al commento di Angelo Panebianco.
L'importanza - per me - di questi contributi (allego il primo e l'ultimo in ordine temporale) ruota attorno a due concetti. Il primo. L'esplicitazione della legittimità dei diversi sentire verso lo straniero: coloro che lo gradiscono (xenofilo), come coloro che non lo gradiscono (xenofobo). E' legittimo e 'naturale' provare difficoltà nei confronti di ciò che è estraneo (naturalmente altra cosa è agirci contro). Il secondo. La stigmatizzazione della posizione ideologica che porta all'assunzione acritica di una posizione: l'immigrazione è cattiva, l'immigrazione è buona. L'immigrazione non è né buona né cattiva, è un fenomeno che ci coinvolge, che ha assunto dimensioni rilevanti e che quindi bisogna tentare di capirla e, per quel che si può, gestirla.

lunedì 21 dicembre 2009

Tremo di fronte alla prospettiva di parlare d'amore ...

... Da tempo trascino questo testo.
E' difficile farlo senza banalizzare, ancor più in clima 'natalizio'. E' difficile anche perché condivido l'affermazione di G.L. Ferretti che l'amore 'e' un canto di per se', piu' lo si invoca meno ce n'e''.
La vita è piena d'amore, ma o viene ostentato oppure eluso o sviato, ovvero chiamato altrimenti, per imbarazzo e per paura della sua bellezza; ma anche per sua difesa.
Erri De Luca, grande studioso laico della 'sacra scrittura', prova a dare parole all'amore.
Mi piace e mi risuona il suo ancorare l'amore alla potenza del lascito storico delle scritture, ma allo stesso tempo il vederlo negli atti quotidiani, negli scenari e nelle immagini che scaturiscono dal nostro essere a contatto con cose e persone, anche le più ordinarie. Diventa, l'amore, atto creativo per eccellenza; lo stesso che riproduce l'uomo e la donna.
L'amore, scrive l'autore, è l'incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce. Al contrario, chi lo risparmia lo spreca, se lo ritrova inutile e marcito.
Sono convinto che solo nell'amore si esprime pienamente la vita; questo rimane il resto passa.
Alla vita la realizzazione ...

mercoledì 2 dicembre 2009

Essere imparziali non vuol dire essere neutrali ...

... Nel giorno della commemorazione di Nilde Iotti il Presidente della Camera ha affermato che 'Essere super partes non vuol dire rimanere estranei al confronto delle opinioni, perché la cultura democratica si fonda sul confronto delle idee'.
Il crescente clima di tensione che contraddistingue la vita sociale e politica italiana continua ad inquietarmi. In particolare la deriva dello stato di diritto è pericolosa ed ha tutte le caratteristiche dell'irreversibilità; mina il funzionamento dello stato democratico.
Roberto Saviano in riferimento alla recente proposta di legge sul 'processo breve' esprime con chiarezza il non poter stare zitti, l'urgenza di prendere posizione, anche di schierarsi. E schierarsi non significa ideologicamente, ma reagire di fronte ad una proposta che colpisce il paese e le persone che vi appartengono sia per i suoi effetti pratici, sia per l'ingiustizia che ratifica.
L'autore sostiene che uno dei contributi possibili è raccontare le verità o almeno provarci: un'informazione scomoda per chi la da e per chi l'ascolta, la osserva, la legge. Un modo non solo per essere scrittore, ma soprattutto per essere e sentirsi uomo.

giovedì 12 novembre 2009

Siamo destinati a lasciare poche tracce ...

... di noi stessi: qualcosa in chi ci ha amati destinato progressivamente a sfumare in memorie altrimenti affaccendate.
Considero il tema della morte una delle questioni più importanti della vita, convinto - come Eugenio Scalfari - che bisogna portare il pensiero della morte come i signori dell'epoca sua portavano il falcone sulla spalla per abituare se stessi e l'uccello cacciatore a vivere insieme e prender dimestichezza l'uno dell'altro.
Sulle suggestioni dell'ultima pubblicazione di Carlo Maria Martini, l'autore citato, dall'alto della sua condizione di vecchio, cioè di chi vede la morte approssimarsi incalzata dal calendario, affronta questo tema.
E' interessante il suo punto di arrivo: la vita è animata dal sentimento dell'amore, dal desiderio del potere e dalla coscienza morale, ma è solo nell'amore, solo spendendo e consumando la propria vita nella prospettiva dell'altro che non si rimane né soli, né nudi, né disperati di fronte alla fine, anzi più ampi e più ricchi. Ecco che il falcone sulla spalla diventa amico.