sabato 7 maggio 2011

Nostalgici e sciacalli

Non mi coinvolge l’esultanza per la morte di Bin Laden, neppure il clamore per la beatificazione di Giovanni Paolo II°, non mi emoziona il wedding reale d'Inghilterra. Sento lontane queste celebrazioni, ancorate ad un passato che non ha futuro. C’è bisogno d'altro.
Evocativa è la vignetta riportata a fianco. L’individuo rimane inevitabilmente radicato alla sua storia e, come sostiene W.B. Arthur, dipende molto dal cammino (path dependance). È decisivo ciò che ognuno ha attraversato lungo la sua via: gli odori, l’aria, il clima e con questi le emozioni scaturite dallo stare dentro i personali e collettivi eventi vissuti. Insomma, una volta messe radici, viene assunto un punto di vista partigiano di vedere se stessi e tutto quello che sta attorno. Ciò vale anche per le vicende della collettività, per le epoche della storia.
Il Novecento occidentale ha sviluppato il suo punto di vista a partire dall'esperienza nazi-fascista. Le ideologie, i valori, gli ordinamenti nazionali e internazionali sono stati forgiati a partire da quell’esperienza. Ecco per noi italiani l'ordinamento costituzionale.

venerdì 22 aprile 2011

Disuguali

Tremavo di fronte alla necessità di dover dare il nome a mio figlio. Nell'azione del nominare sentivo tutta la responsabilità dell’averlo messo al mondo. Non ho potuto non farlo, ma sentivo forte la sfida della vita che si apriva per lui e per me con lui. Come afferma Claudio Magris il nome è il segno di un unico e irripetibile individuo.
Dare il nome è un gesto potente. Segna il passaggio in vita, l’avvio di una storia che, benché destinata a finire e a perdersi nella memoria, segue la sua strada, più o meno compiuta, più o meno decifrabile. Ogni nome fa il suo percorso: alcuni non fanno il tempo di apparire che se ne vanno, altri rimangono al palo, altri ancora riescono ad acquisire peso e significato.

mercoledì 6 aprile 2011

Le ragioni dell’altro nel ‘regime di cristianità’

Sono nato e cresciuto nel 'regime di cristianità'. Ne sono stato anche un esponente, ricoprendo ruoli che ho provato ad esercitare al meglio, per quel che ho potuto e finché ci sono riuscito.
Quello che sono è frutto di questa storia che vivo con ambivalenza e disorientamento, talvolta con imbarazzo. Mi risuonano forti le parole di Vasco Rossi riportate in una recente intervista: "Io vengo da un’educazione cattolica ed è andato tutto bene fino a quando a dodici anni sono andato in un collegio di preti e ho conosciuto l’istituzione Chiesa: lì è saltato tutto".
Io non ho fatto saltare nulla, ma sento chiaro il rischio di deragliare: i binari non sono idonei a farmi proseguire. E di fronte al cieco trascinamento di ciò che si è sempre fatto, ovvero di fronte all’ostinazione a continuare come se nulla fosse accaduto, ho mollato la presa. Mi sono fermato. Rimasto sulla soglia, impietrito e impotente, assisto al lento e inesorabile venir meno dei riferimenti di una vita, i miei e quelli di coloro che mi hanno preceduto, di generazione in generazione.

martedì 22 marzo 2011

Presuntuosi e incapaci, siam fatti così

Certo le circostanze non sono favorevoli ...
e quando mai?
bisognerebbe … bisognerebbe niente
bisogna quello che è, bisogna il presente

Siamo costantemente sottoposti a pericoli. La fragilità è costitutiva dell’esperienza umana. Essere e agire comporta di per sé l'assunzione di rischi.
Le centrali nucleari rappresentano un'importante fonte di approvvigionamento energetico e contestualmente un pericolo per la salute umana. Ne intuisco il valore e i rischi.
Interpreto l''evento giapponese' nel seguente modo: si è verificata una possibile, benché remota, situazione che ha prodotto effetti catastrofici. Purtroppo è accaduto. Si può solo provare a ridurre il danno e imparare dall’esperienza.
È triste osservare ciò che si è mosso tutt’intorno. Venuta meno la possibilità di negare l’evento, non potendo ‘far finta di nulla’, siamo (s)caduti nella critica della tecnica e del progresso, cercando il colpevole: chi ha costruito la centrale, chi l'ha gestita, chi l’ha voluta, fino a chi ha deciso la politica energetica. Abbiamo avuto bisogno, insomma, di individuare un colpevole per giustificare l'accaduto, soprattutto per esorcizzare il rischio.

venerdì 11 marzo 2011

Mettersi in gioco, al di là del vero e del falso


Con l'espressione, italianizzata, "fare l'amore", i ‘vecchi della mia terra’ non intendevano l’atto sessuale ma semplicemente l’esistenza di un legame affettivo tra due persone, naturalmente eterosessuali. Fino a qualche decina d'anni fa, infatti, il sesso fuori dal matrimonio era un tabù, quasi uno scandalo; di seguito è diventato un 'dato di fatto' per lo più negato o nascosto; negli ultimi anni è stato sdoganato e accettato, anzi chi si pone in un'ottica di deplorazione rischia di essere bollato come moralista.
Sono cresciuto dentro un contesto costituito da credenze e principi potenti. Il vero e il falso, il giusto e l’errato erano ben definiti. Pochi i margini di uscita. Benché si assista alla progressiva erosione delle credenze tradizionali, civili, religiose, politiche, scientifiche, se non al loro fallimento, persiste e resiste l'idea – come afferma Giorgio Agamben – che per agire bene bisogna disporre di un sistema di credenze prefissato.

domenica 20 febbraio 2011

Stare sempre lì nel mezzo


Mi trovo a ricoprire dei ruoli, quelli che per contingenza, percorso, talvolta merito, ho incontrato lungo la mia via. Ruoli anche scomodi e subiti. Alcuni di questi presentano una forte connotazione affettiva, come quelli di figlio e amico e, nella vita adulta, di marito e genitore; altri, invece, quelli relativi alla vita professionale e sociale, sono prevalentemente caratterizzati dalla dimensione del potere.

giovedì 10 febbraio 2011

Il popolo, il suo potere e l'ordinamento costituzionale

Il consolidato scricchiola, da segni di cedimento.
Il baricentro degli equilibri geopolitici si sta spostando verso il ‘sud-est-asiatico’; il 'nord-africa' e il 'medio-oriente' sussultano rompendo equilibri decennali, quasi secolari; i paesi occidentali sono sotto pressione, evidenziando a turno pesanti crisi finanziarie; per non parlare degli spaccati della vita istituzionale italiana, inguardabili e impensabili. La realtà sta superando l'immaginazione e le istituzioni non riescono più a rappresentare e contenere l'emergente.
La parola al popolo, quindi?

giovedì 27 gennaio 2011

L’ineluttabile declino e l’attesa della speranza

Benché degradato, ambiguo e contradditorio, preferisco questo tempo rispetto a quello ingessato, fermo e immobile che ha caratterizzato i decenni passati; benché in declino e a forte rischio di 'crollo', preferisco questo tempo perché prefigura nuovi spazi, altri sbocchi, possibilità di espressione.
Proprio in questo periodo dell’anno scolastico mio figlio sta studiando il ‘ciclo della vita’ che vede agire e interagire tre tipologie di esseri viventi: i produttori, i consumatori e i decompositori. Ogni essere vivente, a sua volta, segue un suo ciclo di vita che vede il succedersi di nascita, crescita, riproduzione, deperimento fino alla morte.
Ciò vale anche per le vicende umane.
È finito il tempo dello sviluppo, è finita l’illusione della crescita illimitata, si è chiaramente avviata una fase caratterizzata da ridimensionamento, smantellamento, impoverimento. La fase storica nella quale viviamo sembra avviarsi inesorabilmente verso la fine. Siamo al capolinea.
Tutto ciò prescinde dalla nostra volontà e dalla nostra azione. È un passaggio necessario e inevitabile. E' inutile pensare di cambiare rotta; è inutile ribellarsi; è inutile ergersi a baluardo di qualcosa che non può più essere; insomma è inutile ostacolare un percorso ineluttabile. Ogni forzatura è vana, è energia mal posta, spesa inutilmente.
Non si può né bloccare né governare tale movimento, bensì comprenderlo, anche accettarlo come elemento costitutivo di una ciclicità. Non resta che prenderne atto e starci dentro, accendere la lanterna e vegliare, in attesa d’altro, di ciò che deve venire.
La fine è dramma e generatività. Stefano D'Andrea, enfatizzando questo concetto, afferma che la fine è certezza: “certezza della sofferenza ma anche certezza della speranza. Speranza di un futuro diverso dal passato”. La fine, infatti, avvia una discontinuità, implicando da una parte il venir meno di ciò che c’è, fino alla sua distruzione, dall’altra l'avvio di un processo di pulizia, di chiarificazione e purificazione: lo sgretolamento dei presupposti impliciti dell'esercizio del potere, la dispersione delle ideologie dominanti e, con queste, l’allontanamento di coloro che le rappresentano.
Non possiamo che accettare di vivere in questo tempo, coniugando il nostro contributo al movimento in essere, eventualmente anche solo per ripulire e smantellare ciò che non serve più, che non è più utile e funzionale. Ovvero accettando di attendere, mettersi da parte, lasciando che avvenga ciò che deve avvenire.

Foto: Declino